Perché in Iran Washington pensa al cambio di regime
Qualcosa sta cambiando, a Washington. Il progetto americano di engagement, di dialogo e persuasione, nei confronti degli ayatollah di Teheran è fallito sotto i colpi della repressione barbara, violenta e sanguinosa del regime iraniano. Su queste colonne avete letto decine di analisi che anticipavano questo risultato. Barack Obama ha offerto ai mullah la mano, ha rinunciato alla politica del cambio di regime auspicato da Bush, ha riconosciuto per la prima volta la natura islamica della Repubblica iraniana e ha mandato messaggi scritti e digitali all’establishment politico e religioso. Leggi Così Obama in un anno è diventato un presidente di guerra
22 AGO 20

Il Congresso di centrosinistra chiede sanzioni dure e la Casa Bianca ci sta lavorando seriamente, anche se ha lasciato scadere l’ultimatum di fine anno. Il New York Times ha ospitato analisi che invocano la soluzione militare come l’unica possibile. Un ex consigliere obamiano sulle questioni iraniane, Ray Takeyh, ha scritto l’articolo che probabilmente segnala più di ogni altro il cambiamento di strategia in corso. Takeyh era uno dei sostenitori della politica di engagement, ma sul Washington Post ora consiglia a Obama di seguire l’esempio di Ronald Reagan, il presidente capace di dichiarare l’Urss “impero del male”. Obama, scrive Takeyh, deve sfidare la legittimità dello stato teocratico iraniano e denunciare gli abusi dei diritti umani, anche nel caso Teheran decidesse di accettare le offerte della comunità internazionale. Un anno dopo l’uscita di scena di Bush, dopo che è stato tentato tutto quello che andava tentato, l’America sta per tornare all’unica analisi seria elaborata nei mesi successivi l’11 settembre: il problema è la natura del regime, l’obiettivo è cambiarlo.